martedì, 24 novembre 2009

"Il cerchio degli uomini che sanno pensare"

The_Giant_by_GoyaSento una gran voglia di combattere e di impegnarmi sempre di più, di essere sempre più deciso e intransingente, di mantenere un atteggiamento sempre più polemico nei riguardi di qualsiasi potere.

(Leonardo Sciascia)

 

Sono passati vent’anni dalla morte dello scrittore di Racalmuto; poche le iniziative, a livello accademico italiano,  per ricordarlo. Lo hanno trascurato anche le università con cui Sciascia ha intrattenuto una qualche relazione, prima fra tutte Palermo.

Lo chiarisce Vincenzo Consolo nel corso di un’intervista su radiotrerai.

Mentre l’Università di Siviglia organizza delle giornate per ricostruire il ritratto dello scrittore, in Italia pesa ancora il ricordo di uno Sciascia scomodo che, parlando delle mafie, ha rovinato il volto turistico della Sicilia.

Sciascia reagiva con molta severità nel dire la verità sul nostro paese, oggi sarebbe inorridito di fronte alle trame politiche della nostra contemporaneità.

Era un vero scrittore civile, non gradito ai poteri costituiti; oggi viene eluso e gli viene preferito Camilleri, senza che con ciò si voglia sminuire la genialità dello scrittore di Porto Empedocle.

Sciascia comunque aborriva il folclore e detestava il dialettalismo da cazzo che imperversa nei polizieschi e in tv.

Si era misurato con il giallo, rimanendo però fuori da quello di consumo.

Nelle sue prove letterarie non si scopre l’assassino, ci si rompe, invece, la testa; d’altro canto il potere non può condannare se stesso.

Un connubio così molto stretto tra scrittura e impegno da sollevare una controversia ciclica.

L’intellettuale può e deve incidere sul reale o è quello che guarda dalla finestra e posa uno sguardo leggero e distratto sul mondo che c’è intorno?

La letteratura non sempre è impegno, può anche parlare dei sentimenti, della bellezza dell’alba o del profumo dei fiori, ma lo scrittore ha il dovere di intervenire pubblicamente, se non vuole essere complice dei mali della società. Non necessariamente deve scrivere romanzi impegnati.

Anche nell’uso della lingua può emergere lo slancio etico-politico di uno scrittore.

Con una lingua comunicativa, illuministica, chiara e limpida per veicolare il suo messaggio civile, non sperimentalistica.

Poi, dal ’79, l’impegno politico.

Io mi sono sempre occupato di politica e sempre nel senso etico, qualcuno dirà che questa è la mia confusione o il mio errore, voler scambiare la politica con l’etica, ma sarebbe una ben salutare confusione e un bel felice errore se gli Italiani, e specialmente in questo periodo, vi cadessero.

(Leonardo Sciascia)

 

Per la sua limpida e costante ragione - ragione, diciamo, nel senso di capacità di pensare e nel senso di non avere avuto mai torto - Leonardo Sciascia ebbe incomprensione, avversità, antipatie, aggressioni da parte di persone prive di giudizio o armate di pregiudizio, di malafede, di fanatismo. «In Italia è ben ristretto il cerchio degli uomini che sanno pensare» scriveva nel 1776 Giuseppe Pelli a Cesare Beccaria. Dopo tre secoli, non sappiamo se quel ristretto cerchio si sia allargato...

(Un contributo di Vincenzo Consolo; continua a leggere su L'Unità)


domenica, 22 novembre 2009

1032607
Non è un fazzoletto della Pianura Padana, ma la città di Palermo, ricoperta ieri, per almeno sei ore, da una nebbia fitta, che si è formata a mare e ha avvolto tutta la città, soprattutto la parte sud-est. A sera il cielo presentava un che di tragico e minaccioso; le luci di Palazzo Utveggio, su monte Pellegrino, si liquefacevano tra il vapore, producendo un bagliore flammeo. Le macchine procedevano lente, come raramente accade. Il mare inghiottito dalla terra e con lui le navi del porto. Le nuvole come mani nere si estendevano avide di luce.
Il paesaggio familiare non aveva più un volto.

postato da melchisedec alle ore novembre 22, 2009 19:14 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria: natura, occasioni, palermo, nebbia, melchisedec, circumspicere


sabato, 21 novembre 2009

brombacher-spinoza400



Che Spinoza lo accompagni
nella gioia e nella letizia
delle passioni.









Fa uno strano effetto veder coniugate insieme gioia, letizia e passioni.

È la dedica di uno stimatissimo collega di filosofia sul libro che ha pubblicato.

Si tratta di uno studio condotto sull’Etica di Spinoza, il filosofo del deus sive natura, sulla base delle suggestioni della teoria della complessità; l’approdo è nell’ecologia della mente tra amore della natura e coscienza globale.

Non è certo mia intenzione snocciolare qui le questioni filosofiche, sociali e politiche sollevate dallo studioso, non ne possiedo né il linguaggio specifico, né le competenze, certo è che l’interpretazione fornita suscita non poca passione di sapere qualcosa in più, pertanto leggerò il libro, adoperando come bastone di appoggio i miei vecchi libri di filosofia.

Nell’epoca delle passioni tristi, la competitività aggressiva, l’ambizione sfrenata, l’invidia, il narcisismo patologico, la mitizzazione del corpo con un fine mercificatorio, Spinoza costituisce una boccata d’ossigeno per chi è disposto a rianimare le passioni, fra tutte l’amore, e a trarre da esse energia da impiegare per sé e per la comunità di cui fa parte.

L’essere dell’uomo è, infatti, relazione e dinamicità: tra sé e la natura, tra sé e gli altri.

La solitudine come autorinuncia è annichilimento.

Aggiungo che ieri pomeriggio ho provato una grande gioia nel vedere trasformata l’aula di un liceo in un piccolo laboratorio di filosofia: insegnanti e alunni dialogano e si confrontano insieme su ecologia della mente, passioni gioiose e comunità sociale.

 

 







postato da melchisedec alle ore novembre 21, 2009 07:30 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: libri, ecologia della mente, spinoza, cronache extra-scolastiche


venerdì, 20 novembre 2009

Lena

rose 014Lena è l’ultima e la prima.
Prima che la grande mater yoghista tagli il filo elettrico col mondo, l’ultimo squittio del citofono è di Lena.
E non si direbbe.
Ha un vocione maschile e imperioso, eppure è molto femminile.
Scarna nel viso e nel seno, mostra ben portati i suoi anni.
I primi rimbrotti per ritagliarsi uno spazio nella grande sala settecentesca con i putti che vigilano dall’alto.
Tutti si offrono per prestarle un pezzo del loro territorio di conquista, ma lei preferisce le zone periferiche, forse anche per potersi dileguare più silenziosamente possibile.
La verità è che Lena ha bisogno di molto spazio per parare il suo regno, fatto di copertina in paile blu con le stelle ocra, bracciali, anelli e orologio, lenti  leva e metti, tovaglietta per tergere il sudore.
E poi è alta, slanciata, pertanto, quando fa l’aratro, una postura yoga che richiede una certa area, rischia di incrociarsi con le gambe o i piedi di qualcun altro.
Lena si incazza facilmente.
Con sé e con la maestra.
Per carità, non è volgare, ma il suo timbro russo risuona prepotente nella sala.
Se uno dei tanti bisbiglia, il suono si disperde, se Lena sbuffa, tutti sanno che è lei.
Si infiamma subito.
Una volta è il sospetto di una lordosi che le impedisce di far collimare i lombi con il pavimento gommoso, un’altra è la tiroide a impedirle di respirare con la parte alta dei polmoni.
Ne ha sempre una Lena.
E contraddice la maestra apertamente.
Tuttavia risulta simpatica, proprio per le sue stranezze.
Un giorno o l’altro, si rischia di vederla con una divisa militare e la stella rossa a cinque punte.

postato da melchisedec alle ore novembre 20, 2009 07:27 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
categoria: yoga, le foto di mel, circumspicere


mercoledì, 18 novembre 2009

Il morbo, il lauro e l'oro

Candela, candido, candore, Candy, Candy Candy, incandescente, candeggiare, candeggiante, candidato, incandescente.
Irretito da non so che diavolo, mi è passato per la testa di spiegare ai miei alunni la seconda declinazione.
Avevo destinato le due ore di latino ad un’ esercitazione con annessa interrogazione.
Invece eccomi a scegliere quali nomi declinare.
Per il maschile l’attuale morbus(malattia), per il femminile laurus e per il neutro aurum.
Il putiferio con aurum.
Da una parentela all’altra si è arrivati alla parola aurora.
Si scopre il deserto nella mappa concettuale dei virgulti.
Ecco allora le parti del giorno, dal vespero all’alba.
E insieme all’alba una sfilza di parole propinque.
Albume, album, albumina, albeggiare, albo, albori, albino.
Stupefazione e silenzio.
In macchina, nel percorso verso casa, rimuginavo sugli alberi genealogici vomitati agli allievi.
Mi sono chiesto se non fosse stato più opportuno proporre i classici lupus e donum.
Il primo, a essere fortunati, lo incontrano nelle favole, l’altro lo ricevono a Natale.
Ne ho tratto una morale, su cui da tempo fatico.
Ai ragazzini mancano i referenti concreti.
Variabile non indifferente nel processo di apprendimento.
Ammesso che a casa abbiano una candela, chi ci assicura che sia bianca?
E con che tipo di candore hanno familiarità?
Probabile che facciano derivare il Candy della lavatrice dal britannico e che per candidato intendano uno che vuole fare i soldi con la politica.
Quando poi hanno mai veduto un laurus?
 
I referenti, o mancano o sono sovvertiti.
Accusare gli allievi è una scorciatoia.
Una soluzione deve esserci.
postato da melchisedec alle ore novembre 18, 2009 14:58 | Permalink | commenti (10) / commenti (10) (pop-up)
categoria: cronache extra-scolastiche


martedì, 17 novembre 2009

Le piume prestate

CIMG0010
La sera ci tramutiamo in uccelli,
rondoni che con acute grida
volano nel cielo indiviso.
Come mute civette erranti
saliamo sulle torri più alte
annidandoci nella notte.
Uccelli che l’alba sorprende
per riprendersi le piume prestate.
(Richard Pietrass, Rondone, 1980, da “Nuovi poeti tedeschi” Einaudi)
 
Nella lingua tedesca rondone indica anche colui che vede salendo in alto, come ha spiegato, nel corso di radiotresuite, la professoressa Anna Chiarloni dell’Università di Torino.
Richard Pietrass, anno 1946,  fa parte dei cosiddetti poeti nati dentro; sul poeta ha gravato, infatti, la cappa di piombo del regime comunista berlinese.
In Rondone si avverte il bisogno di guardare in alto, di fuggire.
Bisogno di volo nella notte attraverso un cielo indiviso in una terra divisa.
Un volo invisibile ed effimero, possibile soltanto nella mimesi poetica dell’io lirico, con la complicità dell’oscurità amica.
L’alba, riprendendosi le sue piume, scioglie la necessità stessa dell’incanto icareo.
È una poesia semplice nel lessico e nel tessuto sintattico.
Il lettore percepisce il dolore acuto delle grida dei rondoni, vigili sulle torri più alte nell’attesa che qualcosa accada; essi non hanno posa, se non nel nido della notte.
Al nuovo giorno l’alba li costringe nuovamente all’immobilità.
 
Nelle foto il settecentesco Palazzo Riso in corso Vittorio Emanuele a Palermo.
Uccelli di varie dimensioni, irrigiditi in plastiche pose, alcuni agghindati con girandole mosse dal vento e da un congegno meccanico, realizzati dall’artista Francesco Simeti.
Le ho scattate ieri pomeriggio con la mia cachiera digitale.
CIMG0007CIMG0001
lunedì, 16 novembre 2009

Gli abbracci spezzati

cruz_penelope_ufs--400x300Sono corso al cinema per “Gli abbracci spezzati” del geniale Almodóvar, che considero tra i migliori registi del nostro tempo.
Il film non è innovativo sul piano della tematica affrontata, quella del triangolo passionale e sentimentale.
Una donna, interpretata da Penelope Cruz, per due uomini, un riccone psicopatico e un regista-scrittore.
L’ epilogo è perfettamente in linea con il gusto tragico almodovariano.
Tuttavia, parallelo alla trama, corre l’altro tema: l’ossessione cinetica delle immagini tipica della nostra epoca, ossessione che si articola sia positivamente, sia negativamente.
Due personaggi sono impegnati a registrare la propria esperienza del mondo attraverso il culto della ripresa filmica: il regista, amante della Cruz, per fini artistici e il figlio del riccone, un omosessuale psicopatico che, supinamente sottomesso al padre, riprende la vita pubblica della donna del proprio odiato-amato genitore.
Sono portato a credere che il plot passionale-amoroso sia soltanto un pretesto per affrontare, invece, il tema parallelo, cui accenno.
Siamo ossessionati dalle immagini.
C’è godimento nel guardare e nel farsi guardare? Esiste la possibilità che la propria intimità resti autenticamente tale?
Il riprendere con una video-camera ci preserva dal rischio che le immagini possano finire nelle grinfie di un qualsiasi psicopatico, pronto a distruggere i sogni della nostra vita?
Un film intelligente, che non poco turbamento mi ha provocato.
 
(Post scritto in pausa, non rivisto linguisticamente)
postato da melchisedec alle ore novembre 16, 2009 10:59 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: post film


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